"DIAZ", 25 anni dopo

scritto da Zodiac
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Testo: "DIAZ", 25 anni dopo
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A 25 anni da una delle pagine più drammatiche della storia politica e sociale italiana "Diaz" torna in sala - dal 15 al 17 giugno con Fandango - e ci restituisce la tragica ingiustizia dei fatti accaduti alla scuola Diaz a Genova durante il G8. Uscito nel 2012 con grande consenso di pubblico e critica, vincitore del premio del pubblico alla Berlinale, 4 David di Donatello e 3 Nastri D’Argento, "Diaz" di Daniele Vicari, protagonisti Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, urla ancora oggi tutta l’attualità della sua denuncia e la sua urgenza e necessità di mostrare le barbarie senza sconti.
Ripropongo il testo che scrissi e pubblicai per la prima volta nel 2013 per dare l'opportunità a coloro che, per ragioni d'età, non conoscono la realtà dei fatti, o la conoscono solo per sentito dire. Invito inoltre ad andare nelle sale per vedere la tragedia che sconvolse la vita di pochi e la coscienza di molti.

Le rare volte che la cronaca ancora si occupava del caso per via del processo d'appello in corso a Genova, dove combatteva contro i limiti di tempo di una prescrizione imposta alla nazione da un cialtrone miliardario per salvarsi dai numerosi processi che lo coinvolgevano, seguendo con sempre minore interesse in una sorta di autodifesa per evitare che un'ira sorda e impotente mi attorcigliasse le budella lasciandomi esausto e avvilito, ancora incredulo dopo tanti anni che in una (presunta) civile nazione dell'Europa Occidentale fossero accaduti episodi di tale gravità e  maturavo la convinzione che l'esatto luogo in cui l'Italia di allora dovesse collocarsi era fra il Cile di Pinochet e l'Argentina di Videla.
Si dice che il tempo guarisca ogni cosa, ma non è così. Certi dolori rimangono sempre, seppure sommersi dalla quotidiana normalità che la vita ci riserva, essi riaffiorano improvvisi e crudeli e come lame acuminate squarciano la convinzione di una Giustizia uguale per tutti, in un paese a torto considerato di democrazia compiuta.

Che cosa sono l'assoluzione del capo della polizia? La promozione a incarichi più prestigiosi degli altissimi funzionari di polizia presenti sul luogo che si distinsero nel fabbricare prove farlocche, vedi le due bottiglie Molotov, mazze, pale, picozze e quant'altro potesse servire, trafugati da un cantiere vicino e portati all'interno per giustificare l'intervento? L'ineffabile comandante del reparto celere, reparto che si coprì di gloria fra gli scaloni e le aule della scuola Diaz, nega prima la partecipazione del suo reparto e poi si rifiuta di fornire alla magistratura i nomi dei componenti tutt'ora sconosciuti? La promozione di quest'ultimo a funzionario dell'Interpol, prudentemente trasferito a Bucarest col compito di prevenire la delinquenza rumena che trovava in Italia un paradiso inesplorato? Il trasferimento in una città piemontese con promozione a vicequestore dell'eroico ispettore,diventato icona planetaria, distintosi nell'affibbiare calci in faccia a un pericoloso ragazzino di 15 anni tenuto a bada da quattro nerboruti uomini in divisa? Il volto tumefatto di quell'adolescente fu la rappresentazione a livello mondiale della crudele e gratuita violenza ai danni di inermi cittadini. L'ispettore scampò al giudizio della Corte dopo che ebbe risarcito con 30.000 euro la famiglia del ragazzino.

Che dire ancora delle urla di giubilo, accompagnati da spari in aria come in un trito film western, provenienti dall'acquartieramento delle forze dell'ordine negli spazi della Fiera di Genova alla notizia della morte di Carlo Giuliani? Che dire poi della caserma di Bolzaneto, vergogna nella vergogna, dove i tutori dell'ordine presenti, poliziotti, carabinieri, guardie carcerarie, fecero a gara nel regalare segni indelebili a quei ragazzi sprovveduti che impunemente avevano osato manifestare davanti ai Grandi della Terra? Del vicecomandante del reparto celere che in una tardiva e pelosa ammissione fu il primo a parlare di “macelleria messicana”, non facendo niente per impedire ai suoi uomini di compiere il massacro?
Tutti questi fatti, e tanti altri ancora, sono come chiodi conficcati a martellate nella carne, come sale sparso nelle ferite ancora aperte e demoliscono quel poco di fiducia ancora riposta nelle forze dell'ordine, quasi mai dalla parte del cittadino, sempre impuniti nelle tristi vicende che li vedono coinvolti in atti criminosi.

Tanti anni fa un'estate a Londra con amici ammiravo da una posizione privilegiata il dispiegarsi della meravigliosa sfilata del carnevale caraibico fra le strade di Notting Hill. Un'improvvisa e violentissima rissa scoppiata fra due diverse etnie dei partecipanti rischiò di degenerare e rovinare quel magnifico spettacolo. Un poliziotto che controllava ai margini, senza pistola né manganello, armato solo della sua autorità, fendette la folla che si ritrasse al suo passaggio, raggiunto il centro della rissa afferrò i due più esagitati scaraventandoli a terra e immobilizzandoli in attesa che venissero prelevati da altri agenti che sopraggiungevano. Dissi allora che mi sarebbe piaciuto vivere nel paese dove operavano poliziotti di tale spessore.

In seguito venni a conoscenza con stupore dell'inizio delle riprese con la troupe traslocata in Romania, non essendo riusciti a ottenere in Italia la disponibilità di luoghi pubblici adatti a girare le scene più drammatiche. Non rimasi del tutto convinto della serietà del progetto. Lo sconosciuto regista non aiutava in tal senso, ma quando conobbi il nome del produttore, distintosi in passato per finanziare opere scomode, ne rimasi confortato.
Quando terminarono le riprese e si iniziò a parlare dell'uscita del film, prevista nei primi mesi dell'anno, tutti i media si occuparono dell'avvenimento. Iniziarono a trasmettere alcune scene di terrificante verismo rivoltandomi le viscere in spasmi dilanianti e ripiombando nella più cupa e atroce disperazione, risvegliando quell'ira sorda incapace di trovare sfogo in atti che immaginavo altrettanto crudeli e devastanti. Mi convinsi di non riuscire a sopportare la visione di quel film, nonostante le esortazioni di amici e parenti vi rinunciai.

Alla vigilia dell'uscita del film, guardando un programma serale della terza rete in onda sabato e domenica, vidi apparire come ospiti il regista e il produttore. Fui colto di sorpresa e seguii con attenzione le risposte alle domande che il conduttore poneva, illustrando i tanti ostacoli incontrati nella lavorazione e che il loro non era un film contro, ma un'opera asettica per documentare un episodio drammatico della nostra storia che aveva sconvolto la vita di pochi e la coscienza di molti. Trasmisero alcune scene e furono altrettanti micidiali pugni allo stomaco, ma il più violento e doloroso fu la chiosa finale del conduttore. Davanti agli sguardi allibiti degli ospiti impossibilitati a replicare si profuse in una pilatesca e cerchiobottista equidistanza, degna del miglior Bruno Vespa, sostenendo con astrusi panegirici il valore comunque intatto del Corpo di Polizia che non poteva essere infranto dal comportamento di pochi. MA CHE CAZZO DICE!? Nel cortile di quella scuola era presente la Polizia nella massima estensione del termine, con decine di funzionari che occupavano i massimi gradi del Corpo.

Sopiti i malesseri e i malumori, la vita riprese il sopravvento incaricandosi di coprire con qualche centimetro di cenere le braci ancora accese, fino a qualche mese dopo quando nella cassetta della posta apparve uno stampato del mio circolo nel quale venivo invitato a partecipare, nella settimana successiva e con modica spesa, alla visione del film “DIAZ”.
Rimasi allibito per qualche giorno macerandomi nei dubbi, indeciso se continuare a negare l'evidenza chiudendomi ancor più nel mio rancoroso distacco. Alla fine deciderò di andare e sarà la mia catarsi, al termine della quale ritroverò forse la serenità perduta, allontanando definitivamente i demoni dopo tanti anni di astiosa convivenza.
Ma una cosa sia ben chiara, io non dimentico.

P.S. 2013

"DIAZ", 25 anni dopo testo di Zodiac
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